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Regia: Alfonso Cuàron
Cast: Clive Owen, Julianne Moore, Michael Caine, Chiwetel Ejiofor
Paese: USA
Durata: 114’
Anno: 2006
Trama: Nel 2027 il mondo è sull’orlo del baratro. Povertà estrema, test nucleari, fanatismo religioso e guerre civili. Tutto questo per una semplice ragione. Le donne non sono più fertili. Non ci sono più bambini. E con questo il futuro stesso dell’umanità è in pericolo.
È in questo contesto che Theodor Faron, un ex attivista, si trova a dover vegliare sulla speranza di tutto il mondo: una profuga incinta.
Prendete una padella e versateci tutte le vostre ansie sociali più profonde: tecnologie fuori controllo, privacy azzerata, criminalizzazione di ogni forma di immigrazione, inquinamento totale, pandemie. Ora considerate il modo peggiore in cui il mondo può evolversi. Fate cuocere sul fuoco alto dell’odio e della paura. Servire bollente.
Il nuovo film di Alfonso Cuàron, tratto dal romanzo di P. D. James, è probabilmente il miglior lavoro catastro-futurista degli ultimi anni. E non solo, probabilmente è anche il più terribilmente realistico. Scordatevi dei mondi alla Blade Runner, 1997 – Fuga da New York o Mad Max. Ne “I figli degli uomini” tutto è un possibile sviluppo della realtà di oggi.
La Londra del 2027 è l’unica realtà che ancora riesce a mantenere una parvenza di civiltà. Ma lo fa grazie al controllo totale della vita dei suoi cittadini. La privacy è infatti un concetto dimenticato; le telecamere si trovano ad ogni angolo della strada, persino nel bel mezzo della campagna. Non c’è però da stupirsi di questo, la Gran Bretagna è ad oggi la nazione con più sistemi di videosorveglianza per Km quadrato.
E per frenare l’afflusso incontrollato di immigrati, il governo e le forze dell’ordine non esitano ad istituire lager dove viene praticata ogni sorta di tortura, rigorosamente ispirata alle atrocità commesse in quel di Guantanamo. Gli immigrati sono in cerca solo di un poco di pace e della possibilità di lavorare, quindi non stupirà sapere che la Gran Bretagna ha di recente chiuso le frontiere ai lavoratori provenienti dai nuovi paesi dell’UE.
Ma l’aspetto più terrificante è l’infertilità delle donne, prodotta da cause ignote, e per questo ancor più inquietante. L’aspetto più interessante è che proprio una profuga nera può rappresentare la salvezza di una società e di un mondo. Ghettizzare il nuovo arrivato servirà solo a chiudersi in una dorata torre d’avorio, in attesa che il tempo divori tutto ciò che l’uomo ha creato in questi tormentati millenni.
E Cuàron ce lo racconta in maniera davvero efficace, tratteggiando una storia ricca di suspence che arriva sempre al momento giusto, e concentrandosi visivamente sul protagonista, Theodor Faron, dandoci così la possibilità di seguirlo negli anfratti più bui e pericolosi della Londra del futuro. Davvero coinvolgente il ritmo della pellicola, e bellissima la fotografia.
In poche parole, un capolavoro nel suo genere.
Voto: 9.0
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Regia: Gore Verbinski
Cast: Nicolas Cage, Michael Caine, Hope Davis, Gemmenne de la Peña
Paese: USA
Durata: 102’
Anno: 2005
Trama: La vita di David Spritz è fatta di luci e ombre: da un lato ha un lavoro unico, che gli permette di guadagnare tantissimo e lavorare pochissimo; dall’altro ha una vita familiare semplicemente disastrosa. Vuoi per incapacità relazionale, vuoi per semplice sfiga. E ben presto il meteorologo dovrà rassegnarsi all’idea che la parola “facile” non fa parte del vocabolario degli adulti.
L’aspetto forse più interessante di questa pellicola è che, una volte per tutte, mette in discussione l’American dream, l’illusione tutta statunitense che un buon lavoro, ed ancor più un’ottima retribuzione, vadano di pari passo con la felicità nei rapporti ed in famiglia.
Il personaggio di David Spritz è, infatti, un caso patologico. Un mix unico di sfortuna cronica e talento nel fare figuracce, tali da renderlo un inetto agli occhi del padre ex-giornalista di grande fama, ed ora affetto da un male incurabile. Per tutta la durata del film il meteorologo si affanna alla disperata ricerca di una rivalsa, principalmente nei confronti di se stesso, che lo spinge però in una spirale di delusioni subite e causate. In questo Cage si rivela un attore dotato di grande talento, capace di essere presente sulla scena per tutta la durata della narrazione senza cadute di stile. Altrettanto encomiabile è l’interpretazione di Michael Caine, il quale dona uno spessore davvero unico al personaggio che interpreta, laddove un altro attore sarebbe apparso probabilmente solo freddo, o distaccato.
Guai, quindi, a considerare questo film una semplice commedia: nonostante alcune scene esilaranti la pellicola è attraversata da una tensione drammatica che dona al tutto un tocco di profondità.
Voto: 7
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Regia: Bennett Miller
Cast: Philip Seymour Hoffman, Chris Cooper, Catherine Keener, Clifton Collins Jr.
Paese: USA
Durata: 113’
Anno: 2005
Trama: Il 16 novembre 1959 nella tranquilla cittadina di Holcomb, Kansas, viene commesso un massacro: un’intera famiglia sterminata da due criminali. Il noto e brillante scrittore Truman Capote, reduce dal folgorante successo di “Colazione da Tiffany” parte alla volta del Midwest con l’intenzione di scrivere un articolo sui fatti. Ma dopo la cattura dei criminali finirà per trovarsi talmente in sintonia con uno dei due da concepire un libro che al contempo è un nuovo genere letterario, la “non-fiction novel”.
“A sangue freddo” narra la genesi dell’omonimo libro, probabilmente l’opera più famosa e innovativa dell’intellettuale americano. Ma racconta anche la parabola percorsa dall’autore in questo periodo: un immenso stimolo creativo che gradualmente si trasforma in un lento stillicidio, legato ai tempi ed agli esiti del processo ai due assassini.
Un’agonia che impedisce di terminare il libro proprio perché il finale non si è ancora realizzato, mentre il rapporto tra Capote e Perry, l’assassino più intellettualmente “affascinante”, degrada sempre più da profonda ed intima intesa a sfruttamento strumentale. Ciò che colpisce lo spettatore, ma anche lo stesso Capote, è la profonda somiglianza che lega l’intellettuale all’assassino, la comunanza di esperienze negative accumulate durante l’infanzia, che però ha portato i due a prendere strade diametralmente opposte. “E' come se io e Perry fossimo cresciuti nella stessa casa. E un giorno lui è uscito dalla porta sul retro e io da quella davanti”.
“A sangue freddo” è stata però anche l’ultima opera di Capote, come se il parto di questo libro avesse prosciugato talmente tanto l’autore, soprattutto nello spirito, da renderlo incapace di riprendersi e superare lo shock. E probabilmente è proprio in questi eventi che sta l’inizio della fine di Capote, morto per complicazioni legate all’alcool nel 1984, ma rimasto pressoché inattivo sul fronte artistico per tutti gli anni tra la pubblicazione del libro e il decesso. O, almeno, questa è l’ipotesi che propone il film.
Il film è in sé ben realizzato, ma l’interpretazione di Philip Seymour Hoffman le dona un tocco di realismo e intensità tali da rendere la visione qualcosa di eccezionale.
Voto: 8
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Regia: Jean-Marc Valleè
Cast: Michel Côté, Marc-André Grondin, Danielle Proulx, Pierre-Luc Brillant
Paese: Canada
Durata: 125’
Anno: 2005
Trama: C.R.A.Z.Y. è la storia della ricerca di sé stesso e della propria sessualità da parte di un ragazzo canadese, quarto di cinque fratelli, attraverso l’adolescenza ed i turbolenti e confusi anni ’60, ’70 e ’80. Una storia che coinvolge di riflesso tutta la famiglia, tanto unita quanto pronta a lacerarsi.
Un grandissimo pregio di C.R.A.Z.Y. è di non essere scontato. E questa qualità emerge già durante la visione del film. È difficile anticipare le pieghe che prenderà la narrazione, anche nei momenti in cui le aspettative sono ben precise.
Attraverso la ripetizione dei contesti in cui si svolgono le vicende ci viene data la possibilità di cogliere e valutare la crescita dei personaggi: non solo la banda dei cinque fratelli, ma anche dei genitori e della famiglia come organismo unico. È un modo per dar conto delle trasformazioni della società che si riflettono su di una generazione, attraverso la musica, il look, le abitudini e le passioni. Ed in questo la fedeltà storica è ottima, supportata da una colonna sonora stupenda.
La cosa più interessante è che C.R.A.Z.Y. non ambisce ad essere il film “definitivo”, il resoconto di un’epoca, ma semplicemente la storia di una famiglia, dei rapporti belli ma anche difficili che si sviluppano al loro interno, e che, come nella realtà, spaziano dalla gioia e dall’amore sino all’odio ed al rifiuto.
Voto: 7.5
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Regia: David Frankel
Cast: Maryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt, Stanley Tucci
Paese: USA
Durata:109’
Anno: 2006
Trama: “Un milione di ragazze ucciderebbe per quel posto”. Questo è il tormentone che Andrea si sente ripetere ogni giorno. Ed è la verità, perché essere assistente di Miranda XXXX e riuscire a sopravvivere per un anno intero, significa avere spalancate le porte del mondo dell’editoria. Ma ogni sogno ha un prezzo, che forse non tutti sono disposti a pagare…
Lavorare nel mondo dell’alta moda, essere quotidianamente a contatto con gli stilisti ed i creativi più quotati del mondo. Vivere un’esistenza da favola. Questo è il messaggio che i fashion magazines lanciano in continuazione. Un messaggio ricamato in oro su tessuti pregiati, che però nascondono una realtà fatta di cattiveria, rivalità e miseria umana.
Il diavolo veste Prada sembra essere a prima vista la classica commedia leggera, dove la povera ed ingenua ragazzina di provincia si trova a confronto con un mondo più grande di lei, dove l’unico modo per farsi strada è diventare uno squalo più grande degli altri. Eppure, fin da subito si coglie lo sguardo ironico sugli eccessi di questo mondo, totalmente slegato dalla realtà, assurdo, pretenzioso e sostanzialmente futile. Una realtà che esige totale dedizione da chi ne fa parte, al punto di dover scegliere non solo tra la vita privata e il lavoro, ma anche su ciò che si è nel profondo.
Sarebbe sbagliato, però, sottolineare unicamente questi aspetti. La pellicola infatti non si limita a criticare, ma ci aiuta a desiderare ed a idealizzare il mondo della moda, capace di dispensare piaceri inimmaginabili.
Si tratta in definitiva di un giudizio ambiguo, che denuncia ma allo stesso tempo alimenta un mito dei nostri giorni.
Non bisogna lamentarsi quindi se la trama appare un po’ scontata: è già un ottimo risultato riuscire a lanciare un messaggio passibile di diverse interpretazioni, anziché limitarsi ad un banale manicheismo, che suddivide la realtà in semplici categorie del tipo “tutto buono” o “tutto cattivo”.
Nota: il personaggio di Miranda è veramente il diavolo in persona!
Voto: 6
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Regia: Julien Temple
Cast: Malcolm McLaren, Johnny Rotten, Sid Vicious, Paul Cook, Steve Jones
Paese: Gran Bretagna
Durata: 103’
Anno: 1980
Trama: La storia dei Sex Pistols raccontata da Malcolm McLaren, manager e creatore del gruppo, ad un solo anno di distanza dallo scioglimento del gruppo.
Per comprendere appieno questo film è necessario spendere due paroline su McLaren. Dovete infatti sapere, bambini e bambine, che già dagli inizi degli anni ’70 McLaren si aggirava nel folto sottobosco del mondo della musica. Fu lui a creare le New York Dolls, gruppo a metà tra il punk ed il glam, noto unicamente per lo stravagante abbigliamento indossato sul palco. Dopo questo fallimentare esperimento, Malcolm mise un piede anche nel mondo dell’abbigliamento, aprendo nel 1975/76 un negozio di abiti in pelle, cuoio e latex. E fu proprio uno dei suoi dipendenti, John Lydon, a diventare frontman dei Pistols col nome d’arte di Johnny Rotten.
Il punto è che McLaren usò letteralmente il gruppo per diventare ricco. Più e più volte Rotten e compagni hanno accusato McLaren di averli sfruttati e di aver lasciato loro solo le briciole della marea di denaro che i Pistols hanno prodotto. McLaren è stato sostanzialmente un bucaniere del mondo della musica. E questo film ne è la riprova. Perché se per circa metà della pellicola la narrazione riesce a seguire un filo logico, seppur distorto, nella seconda parte del film tutto scema in un delirio visivo e sonoro, che alterna scene filmate, ad altre a cartoni animati, a semplici “intervalli” che hanno come protagonista una nana punk.
In un crescendo unico di follia McLaren ci conduce al messaggio di fondo del film: quello che avete visto non è altro che una colossale truffa. E, guarda caso, questo è proprio il titolo del film! È come se, guardando la pellicola, Malcolm si aggirasse tra gli spettatori sfilando banconote dai portafogli con un ghigno compiaciuto. Ed è forse proprio questo il talento del bucaniere. Aver creato un fenomeno di portata mondiale, ingannandoci abilmente ancora a distanza di anni dalla morte dei Sex Pistols. E per questo, Malcolm, non posso che dirti: respect. Nessun broker di Wall Street avrà mai il tuo talento nell’abbindolare le persone.
Voto: 8
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Regia: Kinji Fukasaku
Cast: Takeshi Kitano, Tatsuya Fujiwara, Aki Maeda, Taro Yamamoto
Paese: Giappone
Durata: 114’
Anno: 2000
Trama: Sovrappopolazione. Competizione estrema. Crollo dei valori. Così si presenta il Giappone in un futuro non troppo lontano. Ed è proprio in questo Giappone che ogni anno si consuma una tragedia di sapore mitologico: una classe di liceali scelta tra le tante del paese sarà condotta su di un’isola deserta, dove ogni alunno dovrà combattere per restare in vita. A ciascuno sarà fornito un kit di sopravvivenza comprendente un arma, sia bianca che da fuoco. Il vincitore avrà in premio la salvezza. E l’esercito avrà una nuova, potentissima, arma da guerra.
Il film è stato molto criticato, spesso per una scarsa conoscenza del contesto in cui esso si situa. Prima di dire “ma che stronzata” dovremmo ricordare che il Giappone, oggi come 10 anni fa, è un paese in cui la competizione ed il senso del dovere raggiungono livelli estremi, tali da spingere al suicidio o all’eremitaggio numerosi ragazzini incapaci di primeggiare nel mondo scolastico. Pressioni sociali e famigliari, unite ad una spiccata incapacità di opporsi come singoli individui rendono la società giapponese una delle più dure e psicologicamente cruente.
Questa è la denuncia portata avanti dalla pellicola, che attraverso un racconto surreale critica ciò che è pericolosamente reale.
Numerose voci si sono alzate per criticare l’eccessiva violenza della pellicola, a tratti comica come in certi splatter anni ’80. Ma è limitante e superficiale fermarsi a guardare l’aspetto sanguinario di questo film.
Personalmente lo ritengo interessante dal punto di vista del messaggio, anche se non molto ben realizzato sul piano pratico. Anche l’interpretazione di Kitano scade nell’ultima parte del film in qualcosa di un po’ scontato e ridicolo, nonostante si difenda bene in apertura.
È un film che non piacerà né può piacere a tutti. Di sicuro chi è cresciuto con i manga (come me) non potrà non apprezzarlo, anche se sotto un punto di vista più cinefilo il film fa cilecca in più occasioni.
Voto: 6.5
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Regia: Giovanni La Pàrola
Cast: Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu, Sabrina Impacciatore, Claudio Gioè
Paese: Italia
Durata: 85’
Anno: 2006
Trama: “…e se domani” si ispira alla storia vera di Domenico Gargano, imprenditore siciliano che, dopo essere finito in bancarotta per colpa dell’avidità delle banche, decise di commettere un gesto all’apparenza folle: rubare i soldi all’istituto di credito che lo aveva rovinato, per regalarli alla gente comune. Accanto a lui l’amico ed avvocato Armando Cillario, sempre pronto, almeno nel film, a fare economia su tutto. Persino sui funerali. Talmente tirchio da far coincidere esequie e matrimonio per ottenere uno sconto….
Solitamente “tratto da una storia vera” significa “grosso modo le cose sono andate così e te le romanziamo un po’ per non farti annoiare “. “…e se domani”, riesce meglio in quest’intento: man mano che la pellicola avanza la narrazione si trasforma in una favola, tutto sommato ben raccontata, che assume un forte gusto hollywoodiano anni ’40, seppur in chiave prettamente nostrana.
È la storia di un uomo generoso, a tratti ingenuo, follemente innamorato della vedova del socio. È la storia di un uomo disposto a tutto pur di ottenere l’amore di questa donna, che si scontra però con la dura realtà del mondo economico e finanziario, dove il metro di giudizio non sono i buoni propositi ma la capacità di “rientrare”.
Ed è anche la storia di un amicizia nata sul lavoro ed estesasi poi alla vita privata, tra due persone all’apparenza totalmente diverse.
In sintesi questo film non è che una simpatica favola, priva di troppe pretese, che si lascia guardare per una serata. Gradevole, a tratti comico. Ma nulla che valga la pena di essere rivisto più volte.
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